Devozione e ferocia

frammentoUna notte, era già tardi, ed io ero già a letto, sentii il rombo inabituale di una motocicletta, e mi vidi capitare in camera il motociclista, con il casco coperto di polvere. Era il barone Nicola Rotunno, di Avellino, uno dei più ricchi proprietari della provincia. Possedeva, con un suo fratello avvocato, terre sconfinate a Grassano, a Tricarico, a Grottole, in non so quanti altri comuni del Materese, e girava in motocicletta per raccogliere dai fattori i denari dei raccolti, ed esigere dai contadini il pagamento dei debiti, di quei debiti che essi contraggono nel corso dell’anno per poter campare, e che di solito, superando l’intero guadagno dell’annata, si accumulano ad inghiottire ogni speranza di stagione benigna. Il barone, un giovane magro, sbarbato, con gli occhiali a pince-nez, aveva fama, a Grassano, di essere, come suo fratello, particolarmente spietato nei suoi interessi, capace di cacciare un contadino per un debito di poche lire, astuto negli affari e poco chiaro, abile nello scegliere dei fattori devoti al suo interesse, durissimo con tutti. Era un uomo di chiesa, e portava all’occhiello della giacchetta, invece del solito distintivo fascista, quello rotondo dell’Azione Cattolica. Con me fu gentilissimo. Saputo che io, suo vicino di letto, ero un confinato, si offerse subito di farmi liberare, cosa per lui facilissima, mi disse, perché era amico di un’amica carissima del Senatore Bocchini, Capo della Polizia; una signora, come lui, di Avellino, e come lui particolarmente devota a una Madonna che si adora in un celebre santuario nei dintorni di quella città. Il discorso cadde così sui santuari e sui santi, e sul san Rocco di Tolve, un santo di cui io stesso ho potuto conoscere, per prove e favori personali, la particolare virtù. Tolve è un villaggio vicino a Potenza, e c’era stato in quei giorni un pellegrinaggio, come tutti gli anni, al principio di agosto. Uomini, donne e bambini vi concorrono da tutte le province circostanti, a piedi, o sugli asini, camminando il giorno e la notte. San Rocco li aspetta, librato nell’aria, sopra la chiesa. “Tolve è mia, e io la proteggo”, dice san Rocco nella stampa popolare che lo rappresenta, vestito di marrone, con la sua aureola d’oro, nel cielo azzurro del paese.
Ma anche il santo di Grassano è un buon santo: un san Maurizio splendente di colori, laggiù nella chiesa, armato di tutto punto, un glorioso guerriero di cartapesta, di quelli che si fanno ancora oggi, con tanta arte, a Bari. Da san Maurizio passammo al suo compagno di guerra e di beatitudine, e ad altri santi, e a sant’Agostino, e alla Città di Dio, e a discorsi sui Vangeli. Il barone mostrava di essere stupito e compiaciuto della mia competenza su questo argomento, che non supponeva che io potessi conoscere. S’era così fatto molto tardi, gli occhi mi si chiudevano dal sonno, quando vidi il barone rizzarsi improvvisamente sul letto, prendere gli occhiali di sul comodino e inforcarli sul naso, balzare in terra con un salto, e avvicinarsi silenzioso al mio letto, avvolto, come uno spettro, in una lunga camicia da notte bianca, che gli scendeva quasi ai piedi nudi. Quando mi fu vicino, fece con la mano un grande segno di croce su di me e disse, con voce solenne e commossa: ― Ti benedico, in nome di Gesù Bambino, buona notte ―. Replicato il segno di croce, tornò fra le lenzuola e spense il lume. Protetto dalla inattesa benedizione del barone possidente, non tardai ad addormentarmi, per risvegliarmi, come sempre all’alba, al suono angelico delle campanelle dei greggi che partivano per i campi, e ai clamori diabolici di Prisco, che, come ogni mattina, chiamava con voci stentoree i figli insonnoliti.

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