Enrico Bottero, un sito per docenti ed educatori

Perché dare a un sito personale un titolo così ambizioso (educazione e insegnamento)? Non è forse una concessione a quel mondo, oggi vincente, che segue il comandamento primario di apparire, essere sulla scena ad ogni costo? Le ragioni per cui mi sono deciso, non senza esitazioni, ad aprire questo spazio sono altre.

I progressi dell’insegnamento sono stati acquisiti nel tempo grazie a quegli educatori che, provando, riprovando e successivamente documentando le loro attività, sono riusciti a costruire strumenti per affrontare i problemi ed utili a rendere realizzabile l’educabilità di tutti. Ciascuno di essi, a partire da premesse scientifiche e/o filosofiche non sempre esplicitate, ha indicato alcuni obiettivi prioritari da raggiungere, si è confrontato con questioni pedagogiche cruciali (ad es., le alternative individuo/collettività, forma/vita, costruzione/trasmissione della conoscenza, autorità/libertà, ecc.). Ha quindi proposto le sue soluzioni ideando modalità organizzative e strumenti utili a raggiungere gli obiettivi auspicati (di qui i metodi) Ha avuto successi e insuccessi, delusioni e soddisfazioni. E’ stato uomo o donna del suo tempo, con le sue inevitabili contraddizioni. Ha vissuto con dignità, perché non si è limitato a godere di ciò che aveva ricevuto dai suoi predecessori ma si è imposto di scoprire nuovi percorsi dentro di sé e fuori di sé, con gli altri. Ha cercato di far crescere i futuri uomini con lo scopo di farli diventare ancora più umani, nella consapevolezza che l’uomo è un essere capace di imparare. Le pagine scritte da Dewey sulla naturale plasmabilità del giovane o quelle di Maria Montessori sulla “mente assorbente” del bambino sono una vivente testimonianza di tutto questo. Il bambino, così come in modi diversi l’adolescente, è portato ad assorbire molte conoscenze, atteggiamenti, abitudini, regole. Sta all’adulto saper aiutare questo percorso di crescita guidandolo e indirizzandolo nella consapevolezza di avere una responsabilità non delegabile ad altri.

Il loro “saper insegnare” non è costituito da regole da applicare pedissequamente. Si tratta piuttosto di “narrazioni” da interpretare adeguandole alla situazione attuale e sviluppandole. Di esse non possiamo fare a meno se non vogliamo ricominciare sempre da capo. E’ necessaria dunque la ricerca educativa, che le sistematizza, le corregge, le arricchisce arricchendosi a sua volta.

Nella scuola, da un po’ di tempo e per diverse ragioni, si è indebolita la sperimentazione e la documentazione di pratiche di insegnamento elaborate in forma cooperativa. La ricerca sull’insegnamento si è concentrata soprattutto nelle sedi accademiche. Contestualmente si sono sviluppate le scienze sociali applicate al campo educativo, come psicologia, sociologia, ecc. In Italia la storia della pedagogia è stata intesa tradizionalmente come storia delle teorie o delle politiche educative piuttosto che delle pratiche. Oggi la pedagogia accademica, abbandonato il tradizionale impianto filosofico, si è articolata in una miriade di settori (pedagogia della devianza, pedagogia interculturale, pedagogia della famiglia, pedagogia della narrazione, pedagogia sociale, ecc.) in cui sempre meno viene preso in considerazione il fare scuola, il fare educativo come fenomeno articolato e complesso. E’ pur vero che in Italia è ancora presente nel mondo accademico una rivendicazione del ruolo della pedagogia come sistema di conoscenze che presiede alle diverse scienze dell’educazione, una sorta di sapere unificante che in nome di una fenomenologia dell’uomo e di principi valoriali interpreta e orienta verso finalità e progetti. La centralità del progetto etico di chi insegna non giustifica però l’esistenza di una disciplina accademica che lo governi. Esso deve essere il frutto della libera dialettica tipica delle società moderne laiche e multiculturali, dialettica a cui naturalmente i ricercatori possono dare il loro contributo. Ciò che ci si attende di specifico dalla ricerca è un contributo agli educatori nella conoscenza delle scienze umane, un aiuto organizzare e a sistematizzare percorsi didattici, a sviluppare la loro capacità autoriflessiva e progettuale, una “direzione intenzionale originaria” (Bertolini, 1988i), non la riedizione dell’antica prescrizione di finalità sapientemente riverniciata di ermeneutica. E’ il sapere pratico il nucleo dell’insegnare, non un nuovo sapere teorico che pretende di orientare le pratiche di altri su fini e valori come una volta faceva la filosofia.

Un serio contributo al sapere pratico viene dalla ricerca didattica, anche se resta ancora piuttosto segmentata tra didattiche delle discipline da una parte e didattiche generali centrate su competenze trasversali (le competenze, la valutazione, ecc.) o su modelli didattici da proporre agli insegnanti (secondo un classico schema deduttivo) dall’altra. In generale, come si vede, questo panorama brilla per la scarsa propensione a lavorare insieme ai pratici. Sono i pratici, tuttavia, non i pedagogisti, i soggetti principali del sapere pedagogico. Ma per esserlo realmente questi ultimi devono assumersi una responsabilità, sconfiggere l’individualismo e tornare ad essere protagonisti di riflessione, sperimentazione e sistematizzazione delle pratiche.

A tutto ciò si può giungere solo attraverso una formazione professionale mirata a sviluppare la pratica riflessiva. Della pedagogia intesa come elaborazione di pratiche alternate a un continua riflessione sulle stesse non si può fare a meno, pena l’inevitabile decadimento del sapere di insegnare. Oggi questa responsabilità è attribuita prima di tutto alle Università (gli IRRSAE/IRRE sono stati soppressi). Ad esse, in particolare, è stato assegnato il compito della formazione iniziale degli insegnanti. Le scienze dell’educazione hanno solo da guadagnare impegnandosi a formare professioni educative e dell’insegnamento, senza peraltro rinunciare alla loro dimensione teorica e di ricerca. Il rischio è che ci si assuma questo compito senza liberarsi del modello di una scienza dell’educazione autosufficiente che deve produrre teorie, per la quale le pratiche professionali sono dei semplici sottoprodotti che restano al di fuori della sua prospettiva scientifica. Questo rischio è ancora più grande per le discipline non pedagogiche, per loro natura concentrate su specifici campi di ricerca. Formare gli insegnanti diventerebbe in questo caso per l’Università un compito del tutto secondario connesso a semplici motivi di utilità pratica (acquisire nuovi utenti, ecc.).

Il campo della formazione in servizio, soprattutto dopo la riforma dell’autonomia che ha ridotto i compiti del sovrasistema, deve essere occupato dagli insegnanti stessi. La scelta è ineludibile: impegnarsi nella riflessione e nella documentazione sulle pratiche senza limitarsi alla routine e alla richiesta di “ricette”. La formazione continua è infatti condizione indispensabile della crescita professionale. Solo la pratica riflessiva può liberare gli insegnanti da un ruolo marginale e avviare così nel tempo il riconoscimento del loro lavoro come autentica professione. Non è un compito facile, come sappiamo, perché ci sono orientamenti sia a livello internazionale sia nazionale che pensano ai docenti di domani come a semplici “fornitori di servizi”. A ciò si aggiunga che la normativa scolastica italiana e i contratti di lavoro hanno quasi dimenticato la formazione in servizio. La tradizione, poi, assegna agli insegnanti un ruolo di semiprofessione, ben inferiore a quelle più riconosciute. La sfida della professionalizzazione, di un mestiere con un sapere, è comunque un compito da assumere sia per sé che per le future generazioni.

Indico quindi alcune azioni che possono agire positivamente in questa direzione. In primo luogo è necessario mettere a disposizione degli insegnanti le conoscenze elaborate dalla ricerca educativa che si è occupata di pratiche dell’insegnare e le esperienze di quei “pedagogisti-insegnanti” (di oggi e di ieri) che hanno cercato di elaborare dispositivi di intervento. In questo modo si può aiutare l’insegnante a non sentirsi solo nella scelta di appropriate situazioni didattiche. In secondo luogo è importante favorire la comunicazione e la cooperazione tra gli insegnanti, con la riflessione sulle pratiche e sui problemi che ci si trova quotidianamente ad affrontare. Ciò che accade in classe non deve restare una “scatola nera” ma va documentato, verificato e scambiato perché possa crescere la pratica riflessiva e la competenza didattica.

Oggi le nuove tecnologie ci offrono una molteplicità di strumenti per lavorare in questa direzione.

Di qui la nascita di questo sito, un piccolo contributo artigianale per sostenere insegnanti ed educatori, ma anche dirigenti scolastici e genitori. Ecco le pagine che vi potranno trovare:

– modelli e ipotesi per organizzare la didattica (v. Strumenti per la formazione);

– una rassegna di pedagogisti insegnanti che hanno segnato la storia dell’educazione (v. educatori e insegnanti);

– segnalazioni di libri, siti web e altre pubblicazioni che possono interessare chi opera sul campo e nella ricerca educativa (v. Segnalazioni);

– cerco anche di restare nell’attualità affrontando quei problemi della scuola e dell’educazione che ritengo di particolare rilevanza (v. Commenti dell’attualità);

– una pagina del sito è dedicata a chiarire il linguaggio, ovvero il significato dei termini utilizzati (Lessico pedagogico). La condivisione di un lessico è anche la sostanza di un quadro concettuale ed interpretativo. La trasparenza e la chiarezza nell’uso dei concetti può aiutare l’insegnante a muoversi consapevolmente nell’universo pedagogico e quindi a fare le proprie scelte.

Gli spazi del sito sono naturalmente aperti a insegnanti e ricercatori che vorranno inviarmi loro contributi coerenti con lo stile e gli obiettivi del sito. La condizione più importante per far crescere l’insegnamento, lo ripeto, è che, anche in mezzo alle innumerevoli difficoltà della scuola di oggi, si continuino a sperimentare nuove pratiche in forma cooperativa, a documentarle e soprattutto a trasmetterle alle nuove generazioni di insegnanti. Se i giovani saranno costretti a ricominciare sempre dall’inizio, magari prendendo a modello metodi di insegnamento usurati dal tempo ma supportati dalla forza di inerzia e dalla routine, il rinnovamento dell’insegnamento non potrà che segnare il passo. Sentiamo l’urgenza della questione quando sui media e nel dibattito pubblico assistiamo a discussioni in cui si affrontano problemi delicati nella completa ignoranza del patrimonio pedagogico che li ha da tempo affrontati.

So per certo che molti insegnanti, educatori, dirigenti continuano in condizioni anche non facili un lavoro rigoroso e hanno maturato una ricca e complessa esperienza professionale, tanto poco riconosciuta quanto preziosa. Mi auguro che molti di loro vorranno scrivermi. A quello che mi verrà inviato (domande, analisi di problemi,resoconti di esperienze, ecc.), se di comune interesse, sarà dato uno spazio adeguato.

Enrico Bottero

https://www.enricobottero.com

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